Se Abel Tasman è stato il nostro battesimo di fuoco, l’impresa che ci ha promossi da escursionisti della domenica a lucidatori di scarponi provetti, è stata il Kepler Track: una pista escursionistica di 60 km tra i laghi Te Anau e Manapouri, della durata di quattro giorni e tre notti, in cui i piedi fluttuano attraverso rigogliose foreste pluviali fino alle creste più alte sferzate dai Quaranta Ruggenti, i forti venti che soffiano dai mari antartici e che riescono a piegare anche le ginocchia più solide.
Siamo nella Regione più meridionale dell’Isola del Sud, precisamente nel Fiordland National Park, il parco nazionale che vanta la più grande varietà paesaggistica del Paese tra ghiacciai, montagne, fiordi, foreste, spiagge, fiumi, specie animali e vegetali bizzarre e interessanti.
Il Fiordland è una zona dominata dalle montagne e dall’acqua, grazie ai duecento giorni di pioggia all’anno che mantengono la vegetazione vibrante e i corsi d’acqua generosi. Percorrere questo scenario è una gioia dei sensi: si entra costeggiando un lago, ci si fa largo tra la boscaglia e si emerge in una radura alpina dai contrasti sgargianti.
E questo è solo il primo giorno, nei due successivi si gode della vista privilegiata consentita a chi cammina sulle cime, per poi scendere in una vallata circondata da paludi ancestrali.
L’ultima tappa è all’insegna della magia all’interno della foresta in cui la pioggia filtra timida e costante tra la densa vegetazione, conferendole un aspetto onirico e surreale, in cui il verde si accende a tal punto che neanche la più avanguardistica fotocamera riesce a coglierne le decine di tonalità.
Questa moltitudine di stimoli visivi tende a rendere il cuore più gaio e l'animo sentimentale. Credo sia stata proprio questa esperienza, lassù in balia dei venti, difendendo la mia ridotta statura dai loro fischi e scossoni, e laggiù tra le felci dai colori impossibili, che ho deciso di diventare una persona migliore.
Percorrere il Kepler è stata una prova ma anche un onore, siamo entrati in punta di piedi e ne siamo usciti a passo di danza, sfiniti ma gratificati.
Nel mio taccuino di bordo, a fine percorso, scrivevo:
"capisci cos'è la gioia quando cammini sul tetto del mondo, quando ti riposi su una pietra in riva al fiume, quando respiri il profumo della foresta bagnata dalla pioggia, quando l'ultimo raggio di sole illumina la vallata, quando gli occhi umidi di fatica scorgono la fine di un lungo sentiero."
Ed è esattamente questo l’incantesimo della montagna: aspira le tue energie, ti spoglia di certezze, ti alimenta di endorfine. Ti obbliga ai suoi capricci, tiene tra le briglie il tuo entusiasmo, ti strapazza ogni muscolo. E tu ti lasci guidare, e le gambe prima barcollano ma poi prendono l’andatura del vento. E ti pare proprio di volare, li su quelle alture, perché è il posto più vicino alla volta del cielo che ti è dato conoscere.
Tanta poesia mi ha fatto venir voglia di tirare qualche somma a voce alta:
1) Il Kepler Track è un percorso di redenzione per ipocondriaci: se sei abituato a chiamare il dottore al primo starnuto, vedrai che quattro giorni abbandonato con le tue ansie in mezzo al niente del niente, ti aiuta a ridimensionare le priorità;
2) Se sei ipocondriaco hai quattro eterne giornate per studiare ogni conca, ogni radura e ogni vallata che potrebbe fungere da base d'appoggio per l'elicottero di soccorso "nel caso in cui" se ne verifichi la necessità;
3) Se sei ipocondriaco non solo studierai sul campo le tecniche di sopravvivenza, ma eseguirai un’analisi preventiva su possibili rischi e scenari catastrofici, dalla valanga alla rottura del malleolo.
Parentesi: l’ipocondria ai tempi del colera*.
Visto che l’ho nominata, spreco altre due parole su questa piaga che da anni mi perseguita: l’ipocondria. A chi non ne ha mai sofferto vorrei chiedere: com’è la vita senza paranoie? Come spendete le giornate se non avete queste preoccupazioni? A cosa pensate, dunque? Chiedo perchè ci sono stati periodi in cui per me era diventata quasi un lavoro. Il periodo precedente la Nuova Zelanda era uno di quelli.
Immaginate una bambina cresciuta come tante con l’imperativo del “metti i calzini buoni che se per caso ti fai male!” e chiedetevi: quella stessa bambina, cosa potrà mai mettere nel proprio zaino, da adulta? Ve lo dico io: una cartuccera di medicine e calzini terribili da sfoggiare con ciabatte ancora più terribili.
Se siete tra quella fortunata percentuale di gente che non ha di questi tormenti, vi spiego come funziona: dove gli altri vedono l’insegna luminescente di una farmacia, l’ipocondriaco vede salvezza. Dove gli altri vedono strette di mano, l’ipocondriaco vede epidemie. Dove gli altri vedono torte di compleanno e candeline da soffiare, l’ipocondriaco vede raffiche di germi. Dove gli altri vedono un colpetto di tosse, l’ipocondriaco vede tubercolosi. E, neanche ve lo dico, dove gli altri vedono avventure, l’ipocondriaco vede la morte.
Questa grandiosa opera di sabotaggio interiore, però, lascia anche dei momenti di tregua, ed è li che si insinua la grande bellezza, ed è proprio li tra le fissure delle mie insicurezze che la Nuova Zelanda si è fatta spazio e ha cominciato a ricostruire.
La Nuova Zelanda è stata una grande maestra nell’insegnarci come la natura sia terapeutica e pedagogica, cura e dottrina. Abbiamo appreso che camminare è un sentimento, abbiamo sincronizzato i nostri passi con le frequenze del sole, della luna e delle maree. Abbiamo capito il valore del silenzio davanti alla perfetta simmetria degli elementi, quando dolci pendii si mescolano a severe punte verticali.
Camminiamo e non abbiamo nessuna fretta, perché
“in natura nulla ha fretta eppure tutto si realizza”.
E tutto passa, anche le nostre paure.
Camminiamo in due, io e quel sant’uomo di Alexis, che se non era per lui e il suo modo di essere così “Alexis” io in Nuova Zelanda manco ci mettevo piede. Non solo, se non fosse per la calma con cui si ostina a ignorare le mie psicosi e mi spinge a fare cose impensabili, io a quest’ora starei raccontando storie sterili e disinteressate.
E di cose impensabili me ne ha fatte fare, quella buon’anima. Non si è limitato alle Great Walks, ma si è spinto fino a esperienze che dal mio punto di vista stanno nel limbo tra l’adrenalinico e l’arresto cardiaco, come gettarsi da un albero all’altro, sospesi a venti metri da terra, aggrappati a delle corde dello stesso spessore della mia autostima.
Alla fine sta tutto li, in quel ribaltamento delle carte in tavola, per cui dove prima vedevo una tragedia annunciata ora riesco a vedere una zipline.
*Vi starete forse chiedendo, con queste premesse, come ho affrontato i due anni di Covid. Svelo un segreto: l'ipocondriaco passa la sua vita a diagnosticare malattie inesistenti e pronosticare fantomatiche pandemie. Ebbene, quando il momento del "ve l'avevo detto" arriva, l'ipocondriaco raggiunge l'apice della sua carriera e se ne va in pensione.
Questo primo diario termina qui.
Grazie per aver dedicato del tempo alla lettura, spero ti abbia strappato qualche risata e, perchè no, qualche riflessione.
Con affetto,
Martina Draft


























